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Intervista Ezio Toffano
Intervista - Ezio Toffano

Intervista a Ezio Toffano: Dirigente Liceo “Primo Levi” Montebelluna

La cultura prima di tutto

  • Quali sono le sue letture preferite?

Con la lettura è garantita la possibilità di ampliare la propria visione del mondo, e, se vogliamo, anche di accrescere la propria empatia. La narrativa è intrigante, emozionante e spirituale, tuttavia trovo avvincente la concretezza della saggistica. Forse perché ritenuti (a torto) prosaici, i saggi in Italia non scalano le classifiche di vendita, a meno che non si tratti dell’ultimo best-seller di un giornalista di grido. Si è portati a pensare che siano noiosi, lunghi, rivolti ad un pubblico accademico. In realtà questa cattiva fama è ingiustificata, avvicinarsi a un saggio può sorprendere e rivelarsi più coinvolgente che non leggere un noir o una novella. Un mio particolare interesse è indirizzato a quello che ritengo il più appassionante dei romanzi, perché ci disvela il cammino degli esseri umani attraverso l’esplorazione delle origini, delle consuetudini, delle vittorie e delle sconfitte degli individui e delle società: la storia. Se vogliamo comprendere di che pasta siamo fatti, seguire l’altalenante filo d’Arianna degli eventi che hanno contrassegnato il passato ci guida nella giusta prospettiva. La storia dunque ci insegna il presente e anticipa il futuro, con schiettezza a volte feroce altre garbata; a condizione però di non lasciarsi incantare dalle narrazioni a senso unico.

  • Un libro, un viaggio, un film o un programma televisivo: quale opzione sceglierebbe per un momento di relax?

Sui libri ho già detto. Preciso solo che l’argomento su cui è concentrata attualmente la mia attenzione è la sociologia e l’antropologia culturale dei Balcani. La televisione ormai è spenta da un pezzo, ma anche prima dello “switching-off” mi limitavo a qualche programma d’inchiesta, magari diffuso dalla televisione della Svizzera italiana o da Capodistria. Un buon film senz’altro, ma il tempo per frequentare le sale cinematografiche non è molto. L’opzione più congeniale è però quella del viaggio. Tutti cominciamo a viaggiare appena lasciamo il grembo materno e, chi più chi meno, manteniamo nel tempo la voglia di esplorare e di guardare lontano andando oltre i mari, le montagne e gli ostacoli, visitando luoghi, pezzi di storia o piccoli paradisi della natura mossi dalla curiosità di scoprire la babele del mondo. Ma anche per condividere gli sguardi ed entrare in contatto con chi usa un altro idioma, attivando il linguaggio dell’anima.
Il viaggio, poi, è un’occasione per radunare la famiglia e condurre, da genitori, i figli ad ampliare gli orizzonti diventando più creativi, flessibili e tolleranti.

  • Quando sceglieste la facoltà di Ingegneria hai sicuramente valutato paure e stimoli. Perché la consigliereste ai “millennials”?

Prendersi una laurea significa fare un investimento, impegnare tempo e denaro, comprimendo l’attenzione ai propri interessi, alla famiglia o ad altro. In questo senso pressoché tutti i percorsi universitari in ingegneria risultano una garanzia, anche in tempi di crisi. Secondo i dati forniti da AlmaLaurea, circa i tre quarti dei laureati in ingegneria è assunto a tempo indeterminato ad un anno dalla conclusione degli studi; ma il tasso di occupazione complessivo è attorno all’85-90%. La qualità delle facoltà a noi vicine, peraltro, è unanimemente riconosciuta a livello internazionale, rappresentando un lasciapassare di indiscutibile valore per l’ingresso nel mondo del lavoro. Queste sono considerazioni attuali, valide tuttavia da molti decenni. Assieme alla personale propensione per gli studi tecnico-scientifici, le aspettative professionali sono state senz’altro uno stimolo convincente nella scelta di un corso di laurea in ingegneria. Agli studenti che devono affrontare questa scelta, operazione critica e rilevante per il loro futuro, raccomando di prendere in considerazione senza paura i vari fattori in gioco e trovare il giusto compromesso tra sogni e realtà, ossia tra inclinazioni personali e prospettive occupazionali. A volte questo equilibrio manca. L’orientamento universitario non può essere lasciato a chi ritiene utilitaristiche considerazioni come quelle appena espresse, alle anime belle secondo le quali dovrebbero prevalere le sirene dell’inclinazione individuale e dello studio quasi come piacere fine a se stesso. Non si inciampi in questo tranello! Forse vale la pena riferire un aneddoto risalente a diversi anni fa. In occasione di un viaggio d’istruzione in Germania accompagnai una scolaresca a visitare un’importante azienda del settore delle telecomunicazioni. Ci fece da cicerone un ingegnere affermato, il quale m’incuriosì per la definizione che dava di sé stesso nel biglietto da visita: “musicista”. Chiesti lumi al proposito, spiazzò tutti affermando: “Sì, questo è il mio vero mestiere. Lavoro come ingegnere perché così posso permettermi di fare il musicista”. Chapeau.

  • È meglio una vita da mediano o da attaccante?

Nel calcio tutti i ruoli sono necessari. Mi affascina, però, chi sa marcare d’anticipo l’avversario, stringere gli spazi verso il centro del campo, ossia in una zona dove sia più semplice controllare la situazione, difendersi gestendo al meglio gli attacchi del fronte opposto. Fare pressing, controllare l’antagonista in possesso di palla, temporeggiare in occasione del contropiede, gestire i cambi veloci di gioco, intervenire alla bisogna anche in zone cieche. Ma pure sostenere centrocampo ed attacco con inserimenti tempestivi in zona offensiva, lungo le fasce o meglio nelle porzioni di campo aperte. Non importa andare personalmente a segno, si gioca per la squadra; anche se ogni tanto il goal ci scappa.

  • Pensandosi tra dieci o vent’anni, quali riflessioni le nascono e quali speranza vorreste veder realizzate?

Non è indispensabile richiamare le considerazioni degli analisti più esperti per osservare come il paese sia fermo da quasi vent’anni. La crescita è azzerata, è innegabile un crollo progressivo di fiducia da parte di singoli, famiglie, imprese. Peraltro, sembra quasi che l’involuzione che complessivamente si osserva in occidente abbia raggiunto i suoi esiti più nefasti in un’Italia di per sé già fragile. Il numero di espatriati aumenta di anno in anno, e ha raggiunto cifre paragonabili all’esodo del dopoguerra. Tuttavia, con un elemento di altra preoccupazione, giacché ne sono coinvolti giovani ad alto livello di scolarizzazione, sul quale il paese ha investito in formazione e non riceverà che un ritorno parziale dello sforzo profuso, anche economico. Credo che di ciò non siano soddisfatti neppure i teorici della cosiddetta “decrescita felice”, perché la recessione è cosa diversa dal rifiuto razionale di ciò che non serve; atteggiamento che invece non mi pare francamente di osservare. Diciamo poi che la storia ci insegna come, a volte, le società umane dimostrino capacità di ripresa imprevedibile. Ma condizione ineludibile ai fini del benessere e della crescita di una collettività è la quota di fiducia che vi circola, e che consente coesione sociale, moralità nella gestione della cosa pubblica, efficacia dell’azione amministrativa, condizioni per lo sviluppo, qualità della vita e benessere. Non si uscirà dal vicolo (quasi) cieco in cui sembriamo costretti, se non ricostruendo il patto intergenerazionale fra chi si batte per mantenere quanto resta di garanzie conquistate o acquisite non sempre avendone titolo e chi, più giovane, vive in una condizione di perenne precarietà e perciò non è nelle condizioni di dare significato a parole quali merito, lavoro, eguaglianza, diritti. E allora io spero di vedere fra dieci o vent’anni, a Dio piacendo, nuove generazioni in grado di contrarre un mutuo per comprare casa o pagarsi un affitto senza dover dipendere da genitori o nonni, costruirsi un futuro, permettersi di avere dei figli, riducendo così la dipendenza economica e demografica di un paese altrimenti destinato ad avvitarsi su sé stesso e ad avvilirsi sempre di più.

Redazione

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